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Cento anni di ...infinito, di Aldo G.Jatosti

14/06/2019, 11:33 | Arte e Cultura

Nel 1832 Giacomo Leopardi scriveva e dedicava ai suoi “amici cari” i “Canti” editi l’anno prima. I destinatari erano: lo storico napoletano Pietro Colletta, il ligure Giampietro Viesseux, fondatore de L’antologia, lo studioso fiorentino Gino Capponi. Leopardi spiegava che nel libro “cercava come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore (…) Sperai che questi cari studi avrebbero sostentata la mia vecchiezza (…) Ma io non aveva appena vent’anni quando da quella infermità di nervi e di viscere quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che mezzo (…) e, credo, oramai per sempre…”.
 

Sarebbe morto di lì a sei anni, a Napoli, ai piedi dello “sterminator Vesevo”. Non aveva ancora vent’anni, dunque, quando ebbe la piena consapevolezza che il proprio fisico non gli avrebbe garantito una vita normale giacché ormai “era ridotto a meno che mezzo”.

La debolezza fisica, l’angustia della vita a Recanati e della casa paterna, la miseria dell’Italia intorno al 1820, il senso acutissimo e costante della sproporzione fra l’umile e breve destino dell’uomo e il bisogno del perfetto e dell’eterno che agita l’anima incatenata sulla terra: questi i motivi che contribuirono alla storia della sua vita e della sua poesia. In questo periodo così delicato, il senso di chiusura del suo ambiente familiare semifeudale opprime il giovane letterato, inquieto e avido di nuove esperienze, ma l’impossibilità di allontanarsi dal “natio borgo selvaggio” lo portano a chiudersi sempre di più (dopo un patetico tentativo di fuga) in un isolamento pressoché completo.

Sempre, nelle sue riflessioni e nei suoi canti, si avvertirà l’uomo “condannato a vivere con le braccia conserte e anelante alle vietate esperienze” (come scriveva il Momigliano). Se ben vediamo, è una contraddizione.
Ed anche nel suo pessimismo si trovano oscillazioni e contraddizioni, derivanti dal dissidio tra ragione e sentimento, tra il giudicare la noia “il più sublime dei mali” (ma anche “madre del nulla”) ed una forma di vita attiva.
Leopardi chiamava matrigna la natura, ma ne cantava il fascino inarrivabile. In lui non si contrastavano solo pensiero e sentimento, ma perfino sentimento e sentimento. Insomma, pensieri e sentimenti sono in lui tutta una contraddizione, che – a onor del vero- non nascono da debolezza ma dal travaglio d’uno spirito in perpetua lotta per scoprire le ragioni dell’assurdità della propria vita (nonché la vita stessa dello spirito e la fonte della sua poesia).

2. L’Infinito
L’Infinito è il primo di sei Idilli: La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria, Lo spavento notturno (frammento): tutti composti tra il 1819 e 1821.

L’Infinito, scritto fra la primavera e l’autunno del 1819 ma pubblicato nel 1825 sul periodico milanese “Il Nuovo Raccoglitore” è una contemplazione in senso romantico alimentata dalla finitudine di una siepe che “esclude” al poeta il sentimento dell’infinito. Tale limite ridesta un’ansia di spazio – per l’appunto “infinito” – riscoperto dalla mente nel proprio mondo interiore. È un attimo di rivelazione mistica del proprio “ego” che schiude l’orizzonte del giovane poeta ad una natura persa tra sostanza e assenza, tra esistenza e nulla, correlati all’immensità dell’universo. Il testo che noi conosciamo è l’approdo di quattro tentativi o bozze, composte in momenti diversi e successivi (tra la primavera e l’autunno, dicevo poc’anzi, dell’anno 1819). Il primo di essi è di soli tre versi; il secondo ne conta cinque; il terzo è un lungo pensiero, ma in prosa: il tutto conduce alla composizione di quindici versi, il cui incipit è “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e l’epilogo è il meraviglioso “naufragar m’è dolce in questo mare”.
 

L’orizzonte della poesia leopardiana è Recanati: carcere e –insieme- nido di sogni. La “siepe” in nuce rappresenta la vita stessa del poeta ed è il senso stesso e la nostalgia di una libertà sconfinata. La limitata, opprimente sua cittadina gli è – comunque – cara, e gli offre gli spunti, le ispirazioni per le sue creazioni: la siepe del monte Tabor, dunque, ma anche la luna che indugia sui tetti e sugli orti; il passero che canta dalla torre di Sant’Agostino; la giovinetta che, mentre tesse la propria tela, canta; le stelle che occhieggiano sopra il giardino della casa paterna e i contadini che tornano dai campi cantando. Egli parte da queste scene, da questi quadri di vita vissuta, da questi ricordi per smarrirsi quasi inconsapevolmente in grandi pensieri quali l’infinito, l’annichilimento d’ogni cosa, il fugace passar della giovinezza, le illusioni, i disinganni, la vana attesa della felicità. Ed ogni volta che si lascia cullare dalle illusioni (e dalla giovinezza, che di esse si nutre), “mirando, interminati spazi (…) e sovrumani/silenzi e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo; ove per poco/il cor non si spaura”. …

Ha scritto Francesco De Sanctis: “Qui non c’è niente di filosofico: è una vera contemplazione, opera dell’immaginazione, con la sua ripercussione nel sentimento, com’è lo spirito religioso (…). Questa contemplazione è la prima grande rivelazione del suo genio, semplice insieme e profondo (…). Ma chi considera a quanta raffinatezza era giunta la poesia italiana, anche nei sommi, e anche a quel tempo che molti gridavano semplicità e popolarità e nessuno ne dava esempio, può misurare il valore di questo schizzo e giudicarlo come l’apertura musicale di una nuova èra”.
 

 

ALDO G. JATOSTI
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