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Uso transitivo dei verbi intransitivi e fedeli amici a quattro zampe, di Carla Maria Casula

Tutte le lingue sono soggette a continui processi evolutivi, più o meno profondi, che determinano delle trasformazioni, in primis lessicali e, in secondo luogo, sintattiche

23/05/2019, 18:15 | Arte e Cultura
L'Accademia della Crusca

Sempre più frequentemente, in vari contesti comunicativi, le nostre caste orecchie sono costrette a sorbirsi espressioni quali “Ho sceso il cane”, “Esci il cane”, “Piscio il cane” (horribile dictu!) e numerose altre frasi che farebbero inorridire linguisti, filologi ed esperti di grammatica. Anzi, al bando il condizionale e via libera all’indicativo: quest’utilizzo errato delle norme codificate fa, senza dubbio, rabbrividire gli specialisti (e non solo)! M’immagino il De Felice, vittima di terribili attacchi di emicrania, il Marazzini, preda di un devastante rash cutaneo, e il Serianni, colto da improvviso delirio, che invoca il Tagliavini: «Carlo, Carlo! È sopraggiunta la fine del mondo... Aiutaci tu!». E mi pare di udire Tullio De Mauro, dalla sua postazione linguistica nell’Alto dei Cieli, in un’empatica “corrispondenza d’amorosi sensi”, che proferisce le seguenti parole: «Giammai mi piegherò ai dettami della novella barbarie linguistica! Giammai cederò alle demoniache lusinghe di impudicizia grammaticale! Carthago delenda est!».
 

Satira a parte, certe espressioni rappresentano un vero e proprio oltraggio alle regole prescritte. Tuttavia, alcuni specialisti suggeriscono una condotta improntata alla tolleranza, insomma, un’apertura nei confronti di quest’uso “colorito”, in virtù della necessità di dare spazio e risonanza alle modifiche germinate nel linguaggio popolare, in quanto espressioni vivide di un idioma in fieri. Tutte le lingue, infatti, sono soggette a continui processi evolutivi, più o meno profondi, che determinano delle trasformazioni, in primis lessicali e, in secondo luogo, sintattiche (la fonetica e la morfologia sono più resistenti all’erosione e, in generale, a qualsiasi cambiamento, dato che rappresentano un vero e proprio baluardo a difesa dell’integrità dell’idioma), dovute al naturale ciclo che presiede ai processi comunicativi. Le innovazioni possono essere determinate da spinte endogene ed esogene (per esempio, contaminazioni dovute principalmente a fenomeni di adstrato, sia fisico, sia culturale, che determinano calchi e prestiti) e sono strettamente connesse con le caratteristiche geopolitiche, storiche, sociali e culturali del territorio.

Assistiamo, pian piano, a quella fase di svecchiamento che, nei contesti non formali, si concretizza con la marginalizzazione delle espressioni improntate rigidamente alle norme, in favore di forme più libere, tipiche dell’ambito familiare. E, naturalmente, il fattore cronologico è determinante nella sequenza vitale di qualsiasi idioma: i giovanissimi, infatti, utilizzano un linguaggio ricco di anglicismi, di neoconiazioni, di espressioni idiomatiche, nate in seno a fermenti sociolinguistici adolescenziali. È, dunque, evidente come le lingue siano organismi vivi, che subiscono continue  trasformazioni, sia attraverso l’incremento del patrimonio lessicale (con neologismi, prestiti e calchi), sia per mezzo della semplificazione e della foggiatura dei costrutti sintattici, fenomeni diacronici che maturano in contesti comunicativi orali non formali.
 

Sic stantibus rebus, dovremmo contemplare l’uso transitivo di alcuni verbi intransitivi, in virtù di un naturale processo evolutivo della lingua? No. Io non sono assolutamente d’accordo. Perché è legittimo che un idioma inglobi dei forestierismi, che preveda un uso della sintassi meno vincolato ai precetti, che incorpori delle neoformazioni lessicali e idiomatiche, come riflesso ad ampio spettro dell’attualità, ma la grammatica dovrebbe essere inviolabile, giacché rappresenta l’ossatura della lingua. Certo, lungi dal volersi trincerare dietro posizioni rigide, alcuni strappi alle regole grammaticali, specialmente nei contesti informali, sono ammessi. Anzi, sono d’obbligo. In ambito colloquiale e negli scritti non ufficiali, per esempio, è appropriato l’utilizzo di “lui” come pronome soggetto al posto di “egli” (“lui mi ha detto” e non “egli mi ha detto”), per evitare fastidiose pedanterie e inopportuni atteggiamenti puristici. Ma “scendo il cane” è inammissibile. Nella lingua italiana il verbo scendere è classificato come intransitivo, pertanto la presenza del complemento oggetto deve essere ritenuta un grave errore.
 

Ma dove e come nasce l’uso dilagante di frasi quali “esco il cane” e “scendo il cane”? Si tratta di  forme che rappresentano dei calchi, delle traduzioni di espressioni dialettali, in prevalenza delle regioni italiane meridionali, in cui proprio quei verbi hanno una funzione sia intransitiva, sia transitiva, quindi prevedono anche l’uso del complemento oggetto.
 

È legittimo domandarsi quale sia la posizione della più prestigiosa istituzione italiana che studia e monitora l’evoluzione della nostra lingua. Ebbene, l’Accademia della Crusca mostra un’apertura nei confronti dell’uso transitivo di alcuni verbi di moto e spiega che questa prassi non è peculiare del Sud, ma è assodata (seppur con minore diffusione e frequenza) anche al Nord e gli scritti del Fenoglio, autore piemontese, rappresentano una testimonianza. In virtù, dunque, dell’illustre esempio, dovremmo interpretare la posizione della Crusca come incline alla liceità delle suddette forme? In parte. E Francesco Sabatini, Presidente onorario dell’Accademia, chiarisce: “Mai gli insegnanti si sognino di utilizzare transitivamente i verbi intransitivi!” e “Se qualche alunno usa queste forme, bisogna correggerlo”. E sottolinea che l’utilizzo è però tollerato nei contesti orali non formali, in ambito colloquiale, dove il linguaggio non è vincolato da regole ferree e, al rispetto delle norme, si antepongono la brevità e l’efficacia del messaggio veicolato. In sostanza, “esco il cane” e “scendo il cane” sono percepite come espressioni dotate di maggiore immediatezza e icasticità, rispetto alle forme regolari “porto fuori il cane” e “porto giù il cane”.
 

Per concludere, l’uso del complemento oggetto nella maggior parte dei verbi di moto (è corretto l’impiego dell’accusativo dell’oggetto interno come, per esempio, “piangere lacrime”, “ballare un ballo”, etc.) deve essere evitato assolutamente, sia in quei contesti orali dove è necessario un linguaggio sorvegliato, sia nello scritto, ma - nonostante il placet della Crusca - sarebbe auspicabile astenervisi anche in circostanze informali. E, se s’infrange la regola, l’epilogo esilarante è dietro l’angolo: “io esco il cane”, col verbo utilizzato transitivamente, presuppone la possibilità di applicazione della diàtesi passiva (“io mangio il gelato” = “il gelato è mangiato da me”, allo stesso modo “io esco il cane” = “il cane è uscito da me”). Dunque, chi utilizza questa espressione sembrerebbe in grado di partorire un fedele amico a quattro zampe... Alano, Pastore tedesco, oppure Barboncino? Forse i più teneri preferiscono il Cocker.

CARLA MARIA CASULA
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