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Ibrahim Kodra: l’Albania incontra la contaminazione dei linguaggi visivi

Una geometria etnologica e antropologica a cento anni dalla nascita.

30/10/2018, 19:07 | Arte e Cultura

L’antropologia nell’arte diventa sia etnografia sia etnologia. Ovvero il confronto tra Arti e Miti resta fondamentale, soprattutto quando sono le forme a prendere il sopravvento.  I colori e la luce, i paesaggi che si aggrovigliano nelle metafore, la geometria delle figure, le linee e le forme sono un “indicativo” artistico lungo il tracciato di una ricerca che ha sempre avuto una sua coerenza non solo dal punto di vista dell’inventiva (di ciò che chiamiamo fantasia, gioco di immagini, incastri di simboli) ma anche sul versante profondamente radicato in un tessuto culturale. Non arte come denuncia o come rappresentazione. Piuttosto arte come “evasione” dell’impegno e come radicamento in quella testimonianza dell’anima che è fatta di magie, alchimie, offerte di mito. Ma dove trovare il suo impegno?

      Mi riferisco a Ibrahim Kodra (Ishmi, villaggio albanese, 1918 – Milano 2006).  Un centenario significativo per comprendere il senso antropologico delle arti. L’artista, il magico pittore che ha incastonato il racconto di un superamento del realismo nella poesia delle figure e delle forme. La sua Albania non è mai scomparsa dalle nubi e dal sole che ha tratteggiato. Quell’Albania lasciata in età lontana ma che costituiva sempre un inciso nella disarmonia – armonia del suo dipingere. Nato come disegnatore e il suo tratto era quello ma nel tempo della sua ricerca lo spazio metafisico ha sempre fatto rivivere incontri e raccordi con modelli artistici che si dilatano lungo il corso delle consapevolezze e delle conoscenze.

Kodra, amico di lunga data, con il quale gli appuntamenti erano sempre riflessioni di arte. In Calabria e a Milano dove egli risiedeva. Un artista che si portava dentro i Balcani e il vento dei suoi paesi.

     

I suoi paesaggi non sono paesaggi fissabili fotograficamente ma sono dimensioni di un impatto tra lo stato di coscienza dell’artista e l’immagine che è un riflesso della realtà. Quella sua ricerca sui luoghi dell’Arberia rappresenta un vero e proprio urto con la realtà. Una contrapposizione che è possibile constatare solo attraverso l’esplosione della luce e dei colori. I gialli, i rossi, il sole che si alza o che sia avvia a depositarsi in attesa del sorgere dei crepuscoli, gli spicchi di schizzi che sembrano un esercizio di infanzia non sono altro che il risultato di un abbandono della cruda constatazione di una realtà che non può essere dipinta né si sarebbe potuto chiedere di dipingerla.

     

Kodra parte da un riferimento ma non bisogna cogliere quel riferimento e neppure bisognerebbe costruire intorno a quel riferimento una proposta di arte realista. E’ più lontano che mai da qualsiasi distinzione di realismo perché la poesia prende sempre il sopravvento. I ritagli di infanzia che si colgono nei suoi spaccati Arbereshe sono i ritagli del tempo della sua infanzia nascosta in quel tempo d’Albania che è rimasto in onda tra i sentieri incantati di un uomo che ha vissuto l’arte come un incantesimo. E allora creare dei confronti, chiamare in causa altri artisti, accennare ad una linea di comparazione mi sembra un esercizio inutile.

 

      Credo che bisognerebbe “guardarlo” con attenzione il lavoro di Kodra al di là del pensiero perché l’arte non ha pensiero (potrebbe essere anche il non pensiero perché non è pensiero) in quanto è la magia che va colta nei suoi tocchi. La grazia, il miracolo del colore, il mistero di una deviazione di una linea, i simboli mascherati (e questi simboli sono anche nella sua firma o nei nomi ai quali si dava più di una lettura proprio perché ogni parola è segno che si raccoglie nel simbolico mostrarsi. La meraviglia sta proprio qui e per questo gli schemi non possono essere applicati ad un artista come Kodra. Forse dipingeva la poesia?

 

      La non realtà della sua Arberia sta nell’immaginario che fa esplodere mentre i suoi paesaggi si osservano. Ma sono veramente paesaggi? O sono un sentire di paesaggi? Kodra ha sempre “costruito” simboli. La geometria forma delle lettere e queste si leggono come numeri. Come numeri di un dado direbbe Vittorio Bodini. Ma il dado ha le sue quattro facce. Quale scegliere, dunque? Le case, il mare, le vele tra gli azzurri confusi tra il cielo e le onde sono un radicamento nella simbologia, appunto, della terra e dell’acqua. Ma terra e acqua sono un archetipo di una diaspora e Kodra ha sempre vissuto dentro una diaspora.

      Positano, la Sicilia, la Calabria sono le terre del “ritorno” perché nel tema del ritorno c’è l’antico ulissismo di un uomo che è partito dall’Albania per farvi ritorno. Ben sapeva di far ritorno nella sua metaforica “isola” di terra e di mare. Milano è stata la città dell’Europa, delle nuvole sparse, dei fumi ma non certo del Mediterraneo. Milano era la vera frontiera verso una geografia altra rispetto a quella della sua infanzia ma è nell’ascolto dell’Adriatico nel Mediterraneo e viceversa che gli echi danno senso al vento. A quel vento  che corre tra i fili di una allegoria che riempie di nostalgie antiche proprio quei paesaggi che non conoscono la misura delle distanze ma restano appesi tra una speranza e un’attesa.

      Le geometrie dell’anima sono il sublime e Kodra ci lascia un mosaico in cui il sublime è l’àncora che non bisogna dimenticare ad ogni partenza perché si sa che il porto è solo un taglio nella memoria. I sentieri che si camminano sono sentieri spirituali. Anche il volto dell’Arberia come quella del sole o delle figure che sembrano e sono maschere sono dentro una metafora che sfilacciandosi restituisce i non luoghi di una nave che ci porta sempre oltre.

     

Linee, onde, cerchi…In quale “terra” strutturare un tale vissuto allegorico? Ma si vive nel viaggio il tempo di Mnemosine. Come tutti noi nella fuga dei giorni e nella dispersione del quotidiano è fatto sempre di memorie. Ma la vera Mnemosine per Kodra era quel lembo di azzurro e di grigio che lega le sponde dei Balcani con quel Sud che ha saputo raccogliere le stizze di fuoco di una Arberia che non smette di vivere in una geografia che è anche sentimento del tempo. Il tempo in Kodra, sempre indefinibile come i mitici passaggi omerici nella terra di Albania e di Arberia. In ciò stanno quelle forme che hanno caratterizzato i modelli adriatici e mediterranei sul piano di una rivisitazione etnologica. L’Albania non è solo una Nazione. È anche una Etnie vissuta nelle contaminazioni. Il linguaggio visivo resta di straordinaria importanza nel gioco mai effimero di una archeologia vissuta nei saperi delle civiltà.  

 

 

 

PIERFRANCO BRUNI , Responsabile Progetto Etnie del Mibact
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